Blog: http://civedobene.ilcannocchiale.it

Scuola: forse c'รจ un'altra strada

La nuova sceneggiata è servita. Da un lato i precari della scuola che fanno lo sciopero della fame e un sindacato che vuole solo mantenere lo status quo. Dall’altra un ministro che si vanta dei propri tagli senza capire (i suoi consiglieri non gliel’hanno evidentemente spiegato) che il problema è come è organizzata e gestita la scuola italiana.In mezzo i media che, anziché documentare le colpe d’una parte e dell’altra (e la necessità di una svolta), alimentano la polemica. Ulteriore fotografia, se ce ne fosse bisogno, di una classe dirigente uniformemente inetta. Èchiaro a chiunque non abbiafette di salame ideologico sugli occhi che l’ennesima apertura caotica dell’anno scolastico è il frutto di scelte miopi e accomodanti di questo governo e di molti che l'hanno preceduto. Oltre che di politiche sindacali improntate al più bieco corporativismo e alla massimizzazione della spesa, invece che alla sua efficienza e produttività. Così come è chiaro (fuorché alla Gelminie a Tremonti)che la soluzione non consiste in miopi tagli orizzontali, ed è chiaro (fuorché ai sindacati)anche che non è spendere di più e impedire i cambiamenti nell'organizzazione del lavoro.  

Eppure, se l’obiettivo fosse far funzionare meglio la scuola italiana, il problema si potrebbe risolvere. Ecco gli ingredienti in ordine sparso. Decentralizzare per davvero le decisioni di assunzione e impiego del personale lasciando completa autonomia contrattuale ai provveditorati. Trasformare ogni scuola in una cooperativa d’insegnanti a cui lo Stato dà in concessione a tempoindeterminato(aunprezzochecopral’ammortamento)lestrutturefisiche.Chiassumere(eachecondizioni), chi promuovere, premiare o licenziare, lo decide la cooperativa. O, al massimo, il provveditore. E che il migliore, se vuole, venda i propri servizi a un prezzo (regolato) maggiore. Gli insegnanti di qualità costano, come i luminari della medicina.

E i soldi? Buoni scuola uguali per tutti gli studenti, finanziaticonleimposteespendibilinellascuoladipropria scelta. Ciò che conta è il finanziamento pubblico dell’istruzione,fattore di progresso economico euguaglianza sociale, non la sua gestione diretta. Che, come l’esperienza dimostra, porta spesso a inefficienze e assurdità. E i programmi? E la qualità dell’insegnamento?   Ci pensa il ministero. Programmi minimi e uniformi a livello nazionale, con aggiunte volontarie locali e qualità dell’insegnamento testata con esami nazionali (basta con regioni dove le lodi si regalano). A questo si dovrebbe dedicare il ministero che, con questa riforma federalista, si svuoterebbe di migliaia diinutilifunzionari,liberandorisorse per chi l’insegnamento lo produce davvero. Ossia gli insegnanti capaci e volenterosi, in collaborazione con alunni e famiglie.

Miche Boldrin*Washington University in Saint Louis

Dal Fatto quotidiano del 03.09.2010

Pubblicato il 3/9/2010 alle 2.28 nella rubrica Quelli che mi scrivono.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web